Vuoi sapere esattamente quando Wall Street farà entrare nuovi capitali nelle criptovalute?

Vuoi sapere esattamente quando Wall Street farà entrare nuovi capitali nelle criptovalute?

Si parla sempre dell’entrata di nuovi capitali nel mercato delle criptovalute.

Le agenzie di regolamentazione di Europa e USA (e anche della Russia) ormai sono sul punto di legalizzare questo mercato.

Nel frattempo esistono già futures su bitcoin ufficialmente approvati e fra poco ne usciranno anche su ethereum, mentre piu’ di 200 fondi investono correntemente nelle principali criptovalute, facendo concorrenza alle piattaforme principali americane, che hanno appena aperto servizi di custodia in cripto per grossi capitali.

Insomma, in attesa di una legalizzazione definitiva (ormai certa al 99%), la presenza di tutti gli strumenti necessari per investire sarebbero piu’ che sufficienti a premettere già ora l’ingresso di nuovi capitali.

Eppure, mai come adesso il mercato langue…

Come si spiega questa contraddizione?

Per cercare di capire il fenomeno, mi sono guardata attorno e ho scoperto che a Wall Street non è la prima volta che viene organizzata l’entrata di capitali istituzionali in un nuovo mercato.

Al contrario, si tratta di una attività del tutto ordinaria che viene messa in atto con modalità abbastanza simili ogni volta che ne emerge la necessità.

E’ percio’ molto probabile che la “capitalizzazione programmata” delle criptovalute seguirà lo stesso copione delle volte precedenti.

Osservando i tempi e la velocità con cui sono state fatte le stesse operazioni in passato, potremmo fare delle ipotesi per analogia su come potrebbe avvenire lo stesso fenomeno nel mercato delle cripto.

Anzi, per la verità possiamo fare di meglio…

Infatti, sembra incredibile, ma in questi giorni, proprio mentre è in atto la (lentissima) capitalizzazione delle cripto, un altro mercato immenso è oggetto di una attività analoga.

Quindi possiamo formulare le nostre ipotesi osservando un fenomeno molto piu’ vicino, anzi, contemporaneo a noi.

Se permetti, mi prendo dunque il lusso di proporre questo argomento ai lettori, consapevole che si tratta di una esclusiva assoluta, a quanto ne so, nel panorama editoriale sul settore.

Di cosa si tratta dunque?

Si tratta dell’entrata di capitali istituzionali occidentali nell’immensa borsa cinese.

Molti infatti ignorano che le borse di Shanghai e Shenzen formano un mercato azionario secondo solo a quello degli Stati Uniti.

Ancora meno persone sanno poi che fino a pochi mesi fa i capitali dei paesi occidentali che hanno investito in questo mercato erano pari a…zero.

Infatti, è difficile a credersi, ma solo da maggio di quest’anno l’MSCI, l’indice dei mercati mondiali, includerà una piccola frazione, appena il 5% delle “azioni A” (“A shares”, cioè i titoli di società della Cina continentale negoziati a Shanghai o a Shenzhen in moneta locale), nel paniere dell’indice MSCI Emerging Markets.

Con il 5% che verrà incluso tra maggio e fine agosto, la Cina (che è la seconda potenza economica mondiale) finirà per rappresentare solo il 31% circa del paniere:

Ma la fetta rossa del grafico qui sopra non deve trarre in inganno.

Infatti rappresenta i titoli quotati nella borsa di Hong Kong, diversi dalle “A shares”, cioè dalle azioni legate all’economia reale del paese.

Le “A shares” sono invece quella minuscola fetta rosa che indica appena lo 0,8% del paniere…

Quindi, dire che l’economia reale cinese verrà rappresentata al 31% è fuorviante.

In definitiva, la seconda economia del mondo sarà rappresentata a fine agosto solo per l’1% del paniere totale.

Ed è molto probabile che l’MSCI contempli la completa inclusione delle “A shares” rimanenti con gli stessi tempi molto prudenti con cui sono avvenute le altre inclusioni in passato.

Ad esempio, la completa inclusione della borsa di Taiwan avvenne in 5 anni, dal 1996 al 2001.

Si puo’ pensare dunque che anche questa volta la seconda economia mondiale verrà rappresentata nell’indice MSCI con un passo prudente.

Tornando al nostro discorso iniziale, mi sembra che qui diverse analogie col mercato delle criptovalute saltino all’occhio:

  • si tratta in entrambi i casi di mercati dall’enorme potenziale…
  • mercati enormemente ignorati dal “capitale che conta”
  • con una certa propensione a creare criticità politiche…
  • ma talmente importanti da rendere quasi “inevitabile” la loro inclusione in Wall Street

E se queste analogie contano qualcosa, adesso è forse piu’ facile capire il motivo di tanta lentezza da parte di Wall Street nel far entrare i capitali che contano nelle criptovalute.

Ora sappiamo infatti che si tratta di una lentezza del tutto abituale, che tende ad evitare che l’inclusione diventi occasione di speculazione.

Lo dice peraltro lo stesso articolo di MSCI dedicato a questa operazione:

I “bumps” verranno evitati in diversi modi. Ad esempio, la Banca Centrale Cinese quadruplicherà il limite giornaliero di contrattazioni, mentre l’Autorità Monetaria di Hong Kong (HKMA) assicurerà ampia liquidità al mercato offshore con una serie di misure a supporto, continuando lo sforzo dei regolatori nell’apertura progressiva del mercato.”

Quando si tratta di Wall Street dunque, possiamo concludere che l’ingresso dei capitali istituzionali in un nuovo mercato viene sempre calmierato in tutti i modi (e non solo -diciamolo francamente- per evitare speculazioni, ma anche per impedire che i titoli americani perdano la loro importanza di fronte a titoli o asset con un potenziale nettamente superiore).

Dovremo quindi aspettarci gli stessi freni anche nel matrimonio tra Wall Street e le criptovalute.

Con quale efficacia pero’ è ancora da verificare…

Il mercato delle cripto attualmente ha cosi’ poca liquidità che bastano 50.000 dollari per creare un forte rialzo in una cripto di media capitalizzazione.

La quota di capitali che fanno operazioni di trading ha appena eguagliato quella dei capitali che sono investiti a lungo termine (se ne parla qui). Il che significa una maggiore presenza di capitali nelle piattaforme non “addomesticate” da Wall Street.

Inoltre, dei 17 miliardi di bictoin ancora disponibili, 5 sono nelle piattaforme di trading (punto precedente), 6 sono in conti di custodia a lungo termine e 6 appartengono alle famose “balene” (whales), i misteriosi manipolatori non istituzionali che hanno creato le bolle speculative degli anni scorsi.

Percio’ ora, Wall Street si trova con questo dilemma:

se inizia a immettere nuovi capitali, con la stessa gradualità che l’MSCI ha sempre adottato, le balene, vista la poca liquidità del mercato, li sfrutteranno ugualmente per creare bolle speculative.

Ma finché Wall Street non avrà immesso una quota di capitali addomesticati che possa surclassare quelli delle “balene”, il mercato non lo controllerà mai…quindi quei soldi devono entrare in qualche modo!

Ecco il motivo per cui la sua manovra è ancora cosi’ lenta e indecisa.

Wall Street sta semplicemente cercando di risolvere un problema tentando di conciliare l’inconciliabile…

Percio’ volendo trarre le somme, alla luce di tutto cio’, possiamo dire che questi grandi capitali seguiranno lo stesso copione adottato da MSCI con Taiwan e prossimamente con la Cina?

E che ci metteranno 5 anni entrare, come nei casi appena citati?

Beh, vista la velocità con cui le cripto bruciano le tappe, io scommetterei su 3 anni al massimo.

Attenzione, poi: le cripto bruciano le tappe, ma non le scavalcano mai…

Finora ad esempio, bictoin, la criptovaluta piu’ “anziana”, ha seguito fedelmente tutte le fasi di qualsiasi ciclo finanziario che l’ha preceduto.

Certo, per lui 1 anno di vita corrisponde a 10 anni negli altri cicli economici, ma il suo ciclo sta rispettando le fasi evolutive di qualsiasi altro, pur velocizzandole al massimo.

Quindi, secondo me il ciclo di inclusione che abbiamo descritto con l’esempio delle “A shares” cinesi verrà rispettato da bitcoin e le altre cripto, anche si in modi imprevedibili e a una velocità supersonica.

Sono proprio curiosa di vedere come…

Mariangela Badano, per BlockchainTop News

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