I pagamenti in bitcoin saranno considerati “permute” dalla nuova legge in arrivo?

I pagamenti in bitcoin saranno considerati “permute” dalla nuova legge in arrivo?

Come abbiamo detto in questo articolo, il Dipartimento del Tesoro ha recentemente deciso di aprire una “consultazione pubblica” per la stesura di un decreto ministeriale volto alla regolamentazione degli operatori di servizi relativi all’utilizzo di criptovalute.

In attesa del vero e proprio decreto da parte del MEF, cosa dice la legislazione attuale sul pagamento di beni o servizi in criptovalute?

L’utilizzo della moneta fiat (euro, dollari ecc.) nella compravendita ha effetto liberatorio, libera cioè il debitore da qualsiasi rivalsa.

Ciò non si può dire della valuta virtuale (non ancora), in quanto non è considerata valuta a tutti gli effetti.

Quindi attualmente (e sorprendentemente) la forma giuridica che più si adatta allo scambio tra beni e valuta virtuale è il baratto (o permuta).

Ad esempio, nella prima vendita di un immobile pagato con bitcoin, che è stata fatta proprio poco tempo fa, il notaio rogante ha indicato che il pagamento sarebbe avvenuto, in parte, in un momento successivo, per opera di transazioni dirette tra le parti, eventualmente riconducibili ad una forma di “baratto”.

In tal modo si è permesso alle parti di “trasformare” il corrispettivo pecuniario per la vendita immobiliare in scambio diretto di criptovalute (bitcoin nel caso concreto) dal wallet dell’acquirente al wallet del venditore utilizzando lo strumento giuridico della datio in solutum (prestazione in luogo dell’adempimento) prevista dal codice civile all’art. 1197.

Ma questo ci porta a un’altra sorprendente conclusione, che si riferisce al ben noto divieto di uso del contante che vige in Italia.

L’articolo 49 del D.lgs. n. 231/2007 vieta il trasferimento di denaro contante e di titoli al portatore in Euro od in valuta estera, quando il valore oggetto di trasferimento è complessivamente superiore ad Euro 3.000.

Le criptovalute, tuttavia, non essendo chiaramente collocate nello scenario economico, sfuggirebbero parzialmente alle limitazioni di cui all’art. 49, nel momento in cui si tratterebbe di operare un vero e proprio “baratto” o meglio detto “scambio” in luogo di un vero e proprio pagamento contro corrispettivo.

Nonostante l’inedita facoltà di aggirare potenzialmente i limiti d’uso nel contante, l’idea di considerare i pagamenti in cripto come “permute” sembra sarà confermata nella nuova legge.

Pochi sanno infatti che la stessa bozza del decreto in via di approvazione definisce all’art. 1 lettera e) la valuta virtuale come “la rappresentazione digitale di valore, non emessa da una banca centrale o da un’autorità pubblica e non necessariamente collegata a una valuta avente corso legale; essa è utilizzata come mezzo di scambio (n.d.r. baratto) per l’acquisto di beni e servizi e trasferita, archiviata e negoziata elettronicamente”.

Puo’ darsi che il decreto finale conterrà delle norme per monitorare questi “baratti” in modo che non diventino una scappatoia al limite di uso del contante, ma sta di fatto che al momento sembra proprio questo l’orientamento del Tesoro sui pagamenti in criptovaluta.

Attualmente, in assenza di una specifica normativa, molti operatori preferiscono non accettare in pagamento la valuta virtuale.

Tuttavia la nostra economia è basata sul libero scambio e sulla libera concorrenza. Pertanto nonostante le incertezze, si è convinti che allo stato odierno, in Italia, per concludere una compravendita in valuta virtuale, la strada dello scambio “privato”, cioè del baratto di bitcoin da acquirente e cedente, è attualmente la migliore percorribile.

Certamente l’Azienda che opera questo tipo di vendite necessita di un’organizzazione specifica e magari un supporto legale adeguato.

Ovviamente, per adesso, gli operatori che possono operare in tal senso sono pochi. E si ritiene che la metodologia non sia esente da critiche, tuttavia con l’emanazione del decreto del MEF, si suppone che sarà possibile, in un periodo relativamente vicino, migliorare tutta la normativa in argomento e rendere le compravendite in criptovalute piu’ diffuse di quanto non siano oggi.

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