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E se il default di bitcoin fosse legato a quello che sta succedendo in Cina?

I conti tornano.

L’attuale trend a ribasso di bitcoin coincide con la ritirata dei Cinesi dalla parte “retail” di questo mercato.

Mentre l’accumulo da parte dei capitali istituzionali, come detto in altri articoli, avviene nel mercato OTC e non incide sulle quotazioni, cio’ che influisce sulle oscillazioni ufficiali sono le transazioni retails, cioè quelle dei comuni traders che operano sui normali exchanges.

Ebbene, sul versante retail, il sito di monitoraggio Cryptocompare suggerisce proprio questo: che i Cinesi si sono ritirati dal mercato, facendo emergere dallo sfondo le transazioni che avvengono in Corea, altro paese cripto friendly.

Infatti, secondo i dati del sito abbiamo che:

  1. il mercato “spot” (cioè quello che tratta le criptovalute vere e proprie) prevale ancora per il 75% su quello dei derivati in bitcoin.
  2. La piattaforma coreana Bithumb ha superato quelle cinesi per volumi di contrattazioni.
  3. Gli scambi maggiori tra valuta fiat e bitcoin oggi avvengono in corone coreane (KRW). Scambi che questo mese hanno rappresentato in media il 50% del totale.
  4. Le piattaforme coreane nel loro complesso hanno superato quelle (cinesi) registrate a Malta. Con le prime a totalizzare scambi per 1,4 miliardi usd e le seconde scambi per 1,2 miliardi usd.

Naturalmente, vista l’ovvia disparità numerica tra la popolazione coreana e quella cinese, l’attuale prevalenza della Corea del Sud non presenta alcun interesse in sé, a fronte del vero problema che affligge il mercato retail, cioè la ritirata dei Cinesi.

E’ su quest’ultimo aspetto percio’ che dobbiamo focalizzarci.

Anzitutto, le cause.

Personalmente non credo che questa volta c’entrino molto eventuali azioni legislative dirette contro le cripto.

Penso invece che dobbiamo guardare un po’ oltre e considerare bitcoin alla stregua di tutti gli altri asset da investimento che sono oggi colpiti da un medesimo disinteresse da parte dei Cinesi.

I Cinesi infatti non hanno ridotto la loro esposizione solo su bitcoin, ma su molti altri beni speculativi.

Si tratta di un’onda lunga recessiva che sta montando da quando il governo cinese ha azzerato dal giorno alla notte il mercato del cosiddetto credito “facile” peer to peer, uno dei maggiori motori del welfare cinese, soprattutto per la classe media.

Come mostra il grafico sotto (tratto da questo articolo, che descrive bene tutta la drammaticità della situazione), il default delle società che gestivano il credito online ha avuto un picco nel giugno scorso:

Devi considerare che in ognuna di queste società fallite i comuni cittadini cinesi avevano depositato spesso i risparmi di tutta la vita. Risparmi che si sono volatilizzati per sempre.

Ma oltre ai casi disperati soggettivi, è tutto il ciclo cinese dei consumi ad essere letteralmente bastonato da questo improvviso cambio della politica governativa sul credito.

Si tratta di una vera e propria recessione. Non c’è altro termine per definire la situazione.

E se pensi che sia una definizione scientificamente azzardata, questo indicatore decisivo ti farà capire che invece è proprio quella giusta:

infatti, per la prima volta da quando è nata l’industria automobilistica cinese (parliamo degli anni ’80 del secolo scorso), l’associazione cinese dei produttori ha annunciato per il quinto mese consecutivo un calo delle vendite di auto nuove.

E’ come se nell’Italia degli anni ’60 all’improvviso la Fiat avesse annunciato un progressivo calo delle vendite.

Se bitcoin è tutto sommato un asset ancora molto marginale in termini di capitali investiti, l’industria dell’auto cinese è (o meglio, era) il cardine e il simbolo dell’idea di un progresso economico inarrestabile.

Nel 2012 la Cina, superando gli Stati Uniti nelle vendite di auto, aveva conquistato il podio dell’industria automobilistica mondiale. Posizione che aveva mantenuto fino al 2017 con un aumento di vendite costante e inesorabile anno dopo anno.

Gli incentivi governativi avevano persino fatto in modo che le vendite aumentassero nel bel mezzo della crisi del 2008.

Ma questa volta, sembra che il governo non abbia alcuna intenzione di organizzare un analogo salvataggio.

La nuova direzione nelle politiche economiche cinese è quella di permettere che sia il mercato a decidere quale azienda debba restare sul mercato.

In ottemperanza a questo nuovo corso, lo stesso vice segretario della associazione dei produttori di auto ha affermato (forse a denti stretti) che:

“La sopravvivenza del più adatto contribuirà a migliorare la qualità del settore”.

Ecco dunque quali sono i termini del quadro generale cinese.

Ci troviamo in una fase in cui il governo sta in qualche modo attuando una “recessione programmata” per tagliare alcuni rami secchi in molti settori. Non importa se cio’ provoca l’improvvisa perdita di potere d’acquisto (sotto forma soprattutto di credito) della classe media.

Se ci pensi, tutto questo coincide abbastanza con le mutate condizioni del mercato di bitcoin.

Anche le cripto, nel loro piccolo, stanno seguendo il destino di altri settori molto piu’ influenti nell’economia cinese.

Da una parte, la classe media non ha piu’ soldi per comprare (e quindi scompare dalle piattaforme di trading).

Dall’altra, la classe medio alta continua a investire, spostando i soldi da un settore all’altro (e magari qualcuno spende ancora un po’ di grosse somme nelle cripto, ma nel mercato OTC).

I conti tornano, dunque.

Abbiamo sempre detto che senza i Cinesi questo mercato non stava in piedi.

Ora ne abbiamo la prova per esclusione.

A questo punto, ci sono solo due modi per far tornare questo popolo ingegnoso nelle piattaforme retail:

  1. un ritorno del potere d’acquisto nella classe media
  2. una adozione di bitcoin come asset di emergenza a fronte di crisi dello yuan

Tutto cio’ ci riporta ancora una volta alla doppia natura di bitcoin (strumento speculativo o bene rifugio) di cui abbiamo parlato la volta scorsa.

Del punto n. 2, che riguarda la natura di bitcoin come bene rifugio o “riserva di valore”, abbiamo già discusso in precedenza.

Sul punto n. 1 invece mi sento di fare queste considerazioni.

Per un ritorno in Cina di bitcoin come bene speculativo o da investimento, è necessario che il paese riesca a riassorbire questa recessione programmata.

Non è un traguardo impossibile; anzi è molto probabile, ed è quello su cui conta anche il governo (altrimenti non si impegnerebbe in un esperimento cosi’ rischioso).

La Cina ha ancora tutti i fondamentali per essere una potenza economica in crescita.

Ci sono larghe fasce di popolazione che ancora devono entrare nel welfare. Percio’, anche se è cinico dirlo, il rimpiazzo della gente andata sul lastrico a questo giro sarà piuttosto rapido.

Inoltre, un’economia da paese emergente (quale è ancora quella cinese) è molto diversa da quella a cui siamo abituati.

In Cina non basta un semplice default per togliere di mezzo la classe media. Nuove occasioni per ripristinare il potere d’acquisto possono nascere da un mese all’altro.

E’ molto probabile (ed è quello che speriamo anche noi) che molta gente oggi in crisi troverà velocemente nuovi modi per risollevarsi.

L’economia cinese non è altro che la traduzione in termini sociali della famiglia allargata.

Un Cinese in default non è un individuo isolato come in occidente, ma ha a disposizione il sostegno di una parentela spesso infinita.

Tanto per fare un esempio: il motivo per cui l’economia digitale si è sviluppata cosi’ rapidamente in Cina è proprio il fatto che il digitale è lo strumento migliore per sostenere quella intricata ramificazione di scambi e rapporti interpersonali che solo chi ha vissuto in quel continente puo’ comprendere.

Quindi l’economia cinese non è, come da noi, il “nemico” della classe media, ma ne è la massima espressione.

Do’ quindi per scontato che in quel paese esistono ancora tutte le condizioni per un ripristino del potere d’acquisto nella fascia piu’ ampia della sua popolazione e quindi anche per un ritorno dei Cinesi sulle piattaforme di trading.

C’è poi un altro fattore molto singolare di cui per ora trovi notizia solo sui media cinesi (non mi sembra che i media occidentali se ne siano accorti).

Si tratta di un programma governativo che riguarda la borsa cinese e che dovrebbe essere realizzato per la prossima estate, se tutto va bene.

Sarà un bene o un male per le cripto?  Dipende: ci sono vari pro e contro da considerare…

Ne parleremo per esteso nel prossimo articolo…

Il team di BlockchainTop

PS.: non perderti questo importante aggiornamento sulla riforma della borsa cinese programmata dal governo. Se non lo hai ancora fatto, lascia qui il tuo indirizzo per ricevere gratis via email il nostro prossimo articolo (e tutti gli altri che pubblicheremo in futuro).

I capitali istituzionali accumulano bitcoin di nascosto. Ecco come…

Da agosto a oggi il mercato di bitcoin è stato modificato cosi’ profondamente dagli exchanges e dalla finanza tradizionale che i media specializzati ancora fanno fatica a capire cio’ che hanno di fronte.

Come sappiamo, nel range temporale considerato (cioè da agosto a oggi) le misure che facilitano l’ingresso dei capitali istituzionali sono aumentate, invece che diminuite:

  1. Goldman Sachs e Citigroup si preparano a gestire transazioni in Bitcoin futures con un servizio di custodia per clienti istituzionali.
  2. Morgan Stanley ha creato una infrastruttura per fornire operazoni di Bitcoin swap trading.
  3. Il ben noto consorzio tra NYSE, Microsoft e Starbucks renderà possibile quotare bitcoin nella borsa tradizionale come qualsiasi titolo azionario.
  4. Anche il Nasdaq sta in trattative con le autorità per avere la licenza di quotare futures in bitcoin.
  5. Il quadro normativo che regolerà le transazioni in bitcoin è ormai una realtà o un processo irreversibile in Corea del Sud, Giappone e USA.
  6. Il broker piu’ importante negli USA, TD Ameritrade, sta lanciando la sua prima piattaforma per trades in cripto.
  7. Coinbase e BitGo hanno già ricevuto la licenza come istituti di custodia per le cripto.

Questi eventi sono sotto i riflettori dei media e testimoniano la volontà dei capitali di hedge fund, fondi comuni, etf, banche, ecc. di entrare nel mercato delle cripto attraverso i canali ufficiali.

Quello che i media non sanno è che pero’ i capitali istituzionali, mentre ancora ritardano questo ingresso nei canali ufficiali (e anzi utilizzano questo ritardo per diffondere messaggi negativi nei media e mantenere basse le quotazioni) stanno già facendo man bassa di bitcoin attraverso i canali nascosti del mercato OTC.

La settimana scorsa avevamo già accennato in questo articolo la tendenza di tutti gli exchanges a creare canali OTC per questi nuovi clienti istituzionali.

Avevamo raccontato anche come la vera causa del crash di bitcoin di mercoledi scorso fosse appunto un effetto collaterale di questa tendenza.

Oggi vorrei focalizzarmi su questo aspetto, che sta modificando profondamente il mercato, senza che molti riescano ancora ad accorgersene.

Una recente ricerca della TABB Group, una delle maggiori società di consulenza e ricerca finanziaria al mondo, ha rivelato che già a maggio l’entità dei capitali istituzionali entrati nel mercato cripto attraverso i canali nascosti di questi exchanges aveva triplicato le somme depositate in chiaro dai traders “normali”.

Il risultato di questo enorme afflusso di soldi è che, come avevamo già accennato la settimana scorsa, oggi la maggior parte degli exchanges, sia grandi che di medie dimensioni, ha molti piu’ clienti istituzionali che utenti normali.

Secondo lo studio già citato, circa 12 miliardi di dollari transitano ogni giorno nel mercato delle cripto attraverso i canali nascosti OTC.

La cifra è talmente esorbitante da permetterci di affermare tranquillamente che ormai la clientela istituzionale è diventata prioritaria per gli exchanges.

Al tempo stesso, questa situazione sta creando uno dei paradossi piu’ incredibili della storia di bitcoin.

Stiamo assistendo infatti a un forte e rapido aumento della domanda di questa valuta, senza che il fenomeno si rifletta sulle quotazioni, dal momento che le transazioni sono del tutto opache.

In altre parole: tutti aspettano la chimera dell’entrata di capitali istituzionali nelle cripto, ignorando che questa entrata è già in corso; anzi, ha già superato quella dei capitali retailers (cioè dei normali traders).

Se tutto questo ti stupisce, sappi che la finanza tradizionale è molto brava ad accumulare titoli o asset senza che le quotazioni ne vengano influenzate.

Come avevamo già detto la settimana scorsa: se aspetti che siano hedge fund, etf o banche a innescare una bolla, resterai profondamente deluso, perché le istituzioni non amano i fenomeni incontrollati come le bolle, e sono perfettamente in grado di evitarle, perfino quando entrano in massa in un mercato.

Ora, la domanda che sorge di fronte all’entrata della finanza in bitcoin attraverso la porta di servizio è:

a che scopo?

Se avessimo la risposta pronta, tutto il mercato delle cripto sarebbe in mano nostra e investiremmo a occhi chiusi.

Purtroppo pero’, possiamo solo fare delle ipotesi:

1. ACCUMULO

L’ipotesi piu’ ottimistica è anche quella che viene in mente per prima.

I grandi fondi mantengono i prezzi bassi allo scopo di accumulare bitcoin alle condizioni migliori e godersi poi i guadagni quando i prezzi saliranno.

L’ipotesi è coerente con gli sforzi che questi stessi fondi stanno applicando per creare modalità di investimento “in chiaro” nelle cripto per i loro clienti (ossia, gli strumenti “ufficiali” che avevo elencato all’inizio dell’articolo).

Perché creare tante lobbies politiche, interrogazioni governative, accordi societari, realizzazioni tecniche allo scopo di creare questi canali ufficiali, se non per fondare un solido mercato cripto che sia redditizio per i loro clienti?

Questa fase “nascosta” di accumulo sarebbe quindi solo uno step preliminare che permetterebbe di:

a. prendere il controllo del mercato (immettendo una mole di capitali superiore a quella degli utenti retails senza stravolgere le quotazioni)

b. permettere ad alcuni clienti privilegiati una entrata nelle cripto a prezzi stracciati che produrranno rendimenti superiori a quelli dei clienti che entreranno successivamente “in chiaro”.

2. SPECULAZIONE

E’ l’ipotesi che avevamo già fatto la settimana scorsa in occasione del crash di bitcoin ed è quella che personalmente temo di piu’.

L’ipotesi tiene conto del fatto che i preparativi per l’apertura di canali ufficiali istituzionali di investimento è portata avanti dalla finanza occidentale (parliamo infatti di NYSE, Nasdaq, Goldman-Sachs e compagni…) mentre l’accumulo attraverso i canali nascosti OTC viene ad oggi perseguito soprattutto da fondi cinesi e asiatici in generale.

E non è detto che la finanza asiatica e quella occidentale condividano l’obiettivo di rendere un giorno il mercato delle cripto una borsa solida e regolata dalla legge.

Puo’ anche darsi che gli asiatici preferiscano continuare a trattare bitcoin come un asset da utilizzare in modo non trasparente.

In fondo, i Cinesi pur avendo creato la seconda economia al mondo hanno ancora una borsa di infimo ordine e hanno un’idea molto diversa dalla nostra sulla speculazione finanziaria.

Il mercato OTC è ormai gestito da bot (cioè robot) che effettuano in automatico operazioni long e short che permettono di guadagnare con piccole oscillazioni di mercato.

In teoria, ai Cinesi potrebbe andar bene mantenere basse le quotazioni attraverso manipolazioni come quella avvenuta la settimana scorsa (stiamo sempre parlando del crash di mercoledi e del nostro articolo sull’argomento).

Mantenere un mercato scadente in eterno e guadagnarci ugualmente con i bot puo’ sembrare una prospettiva di basso profilo, rispetto all’ipotesi 1, ma bisogna considerare che nella mentalità cinese potrebbe invece avere un senso e una finalità che a noi sfugge.

A quel punto, tutto dipende dalla quantità di capitali che controlleranno il mercato.

Se la finanza occidentale investirà meno degli asiatici, e se gli asiatici avranno davvero intenzione di manipolare a ribasso bitcoin per sempre, abbiamo chiuso…

3. DISTRUZIONE

Per quanto possa sembrare apocalittica, trovo l’ipotesi n. 3 meno spaventosa della n. 2…poi ti spiego perché…

L’idea alla base dell’ipotesi n. 3 è che l’accumulo nei canali OTC viene perseguito da una pluralità di soggetti con finalità diverse tra loro.

Se da una parte gli hedge fund, i fondi comuni, gli etf ecc. hanno interesse a rendere bitcoin redditizio (e percio’ sono soggetti compatibili con le due ipotesi precedenti), d’altro canto, anche le banche potrebbero essere coinvolte in questa fase di accumulo…con finalità del tutto opposte.

Il modo migliore per capire come le banche vedono il mercato delle cripto è leggersi l’ultimo discorso sull’argomento fatto da Christine Lagarde, Direttore del Fondo Monetario.

Per farla breve, le banche sponsorizzano le cripto centralizzate come Ripple e Lumens e ultimamente sono entrate direttamente nella produzione di alcune nuove stablecoin.

Ripple, Lumens e simili servono a creare servizi bancari e finanziari basati sulla blockchain che permettano alle banche di vincere la competizione con eventuali sistemi alternativi che potrebbero nascere al di fuori dei canali istituzionali.

Le stablecoin invece permettono alle banche di creare sistemi monetari alternativi a quelli attuali, in diretta competizione con eventuali sistemi monetari con finalità antisistema proposti dalle blockchain indipendenti.

Come si vede quindi, qui la finalità non è di guadagnarci con bitcoin, ma di eliminare per sempre bitcoin e tutte le altre valute simili, mettendo al loro posto le valute digitali e le blockchain “delle banche”.

E come potrebbe essere distrutto bitcoin?

Facile. Si puo’ fare in sole quattro mosse:

  1. senza farti scoprire, immetti nei canali OTC abbastanza capitali per procurarti ingenti quantità di bitcoin
  2. ogni tanto sposti pochi bitcoin nel mercato ufficiale per provocare manipolazioni a ribasso
  3. ripeti questa mossa a lungo termine, abbassando sempre piu’ le quotazioni di bitcoin e ostacolando qualsiasi trend a rialzo
  4. porta bitcoin a una quotazione non piu’ conveniente per essere minato, perfino per le grandi mining farm, e fallo coi tempi giusti, prima che i produttori riescano a creare miners che stiano al passo con le quotazioni sempre piu’ basse.

Risultato: bitcoin non puo’ essere piu’ minato e percio’ sparisce per sempre.

Una volta sparito bitcoin e le altre cripto indipendenti, il sistema bancario potrà affrontare qualsiasi evoluzione economica, grazie ai sistemi monetari alternativi supportati dalle blockchain di sua creazione.

E se il sistema monetario tradizionale dovesse collassare, stablecoin e valute digitali nazionali, orchestrate dal Fondo Monetario, permetteranno al sistema bancario di sopravvivere sotto altra forma, conservando il monopolio del denaro globale.

CONCLUSIONI

Come ho detto, l’ipotesi 3 è quella che mi preoccupa di meno.

La storia ha ampiamente dimostrato che l’evoluzione tecnologica non puo’ essere monopolizzata da uno Stato o una istituzione per creare un dominio esclusivo.

Al contrario, le nuove scoperte provocano divisioni e competizione fra governi, istituzioni e società che se ne contendono il controllo.

Anche se la distruzione di bitcoin è tecnicamente molto semplice da attuare (con le dimensioni irrisorie di questo mercato, le quattro mosse indicate sopra sarebbero alla portata di qualsiasi entità dotata di una disponibilità economica di medie dimensioni), il fatto che non sia ancora accaduta, è qualcosa su cui riflettere.

Bitcoin è cosi’ vulnerabile, dopotutto. Ma in realtà nessuno ha voglia di farlo fuori…non ancora almeno…

I sogni di dominio assoluto del Fondo Monetario si scontrano quindi con una realtà globale fatta di infinite entità governative e istituzionali molto diverse fra loro e impossibili da irreggimentare.

La sopravvivenza di bitcoin è per ora garantita proprio da questa disparità di obiettivi e di vedute che rendono impossibile la nascita di un “Terzo Reich” guidato dalla Lagarde…

Nel mondo reale restano percio’ molto piu’ probabili le ipotesi 1 e 2.

Ed è su queste che stiamo maggiormente lavorando con il nostro monitoraggio continuo del mercato.

I mesi che ci attendono saranno cruciali per capire dove è davvero diretta questa strana e oscura fase di accumulazione nei canali OTC, come si combinerà con le mosse della finanza occidentale e quali sono le poste in gioco dei rispettivi soggetti coinvolti.

Ultimo, ma non da ultimo, non abbiamo dimenticato la promessa di formulare per te delle ipotesi realistiche su come potrà nascere la prossima bolla di bitcoin a dispetto di tutto questo processo in atto.

Non dimenticare infatti che bitcoin ha regolarmente creato bolle crescenti per ragioni del tutto imprevedibili.

Questa regolarità nel creare bolle è a nostro avviso una caratteristica di bitcoin che sopravanza le possibilità di controllo da parte di qualsiasi soggetto, governativo o istituzionale.

Per noi non è in questione “se” la bolla ci sarà, ma “quando” e “come”.

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Il team di BlockchainTop News

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